giovedì 22 gennaio 2009

A carnevale, ogni racconto vale

Il fatto di essere un grafomane e scrivere in continuazione, non fa di me uno scrittore.
Il fatto di saper scrivere, non nel senso che sono bravo ma in quello che, se non altro, conosco le regole fondamentali a sufficienza da poterci anche giocare un po', non fa di me uno scrittore.
Il fatto di aver pubblicato un libro (questo poi meno che mai, avendolo pubblicato io stesso) non fa di me uno scrittore.
Quindi cosa sono per tutte queste ragioni?
Sono, direi, uno che scrive.
Tuttavia, questo mi mette talvolta nella condizione di poter analizzare uno scritto da un punto di vista duplice, quello di chi legge e quello di chi, appunto, scrive, e ogni tanto questo mi porta a delle riflessioni.
In particolare riflettevo ultimamente su quella che è una delle tecniche a me più care, che di recente ho scoperto chiamarsi "rovesciamento carnevalesco" (da cui il titolo del post), ovvero la descrizione di un mondo che funziona alla rovescia rispetto ai canoni classici (e che, nel mio caso, in genere si rivela tale solo alla fine).
Da dove mi nasca la passione per questo tipo di racconto l'ho sempre saputo: viene dalla lettura (su un vecchio Almanacco di Topolino, ergo eoni fa) del racconto breve "La sentinella" di Fredric Brown (consiglio a chiunque non lo conosca di procurarselo e leggerlo, ne vale la pena).
Vi capita mai di veder fare qualcosa, sentirvi un campanellino che vi suona nella testa e dirvi "Questo lo posso fare anche io"?
Nel mio caso è andata così, anche se prima di arrivare a mettere veramente su carta il mio primo racconto di questo tipo ("L'incubo di Stan") sono passati anni.
Fatto sta che, nel mio piccolo, si tratta di una tecnica che cerco sempre e costantemente di perfezionare (per quanto, beninteso, non tutto ciò che scrivo ne faccia uso, ed è un bene perché finirei col diventare prevedibile altrimenti).
Ciò su cui riflettevo è appunto il come questo particolare effetto (rovesciamento carnevalesco rivelato a posteriori) possa essere ottenuto, e ne è venuto fuori che esistono, a parer mio, due metodi validi (e uno che non lo è).
Il primo, che è poi quello usato da Brown, è l'omissione di determinate informazioni. Durante il racconto non vengono rivelati dei particolari che svelerebbero l'arcano se fossero noti al lettore (ma la cui omissione, comunque, non impedisce di comprendere gli eventi in senso generale), e che si palesano solo alla conclusione.
È un sistema abbastanza lineare e a suo modo semplice (questo senza assolutamente nulla togliergli, perché comunque non è facile farlo e farlo bene).
Il secondo è invece quello di fornire le informazioni in maniera tale che il lettore tenda a interpretarle nel modo più logico (ma sbagliato) traendone conclusioni errate. È una cosa più complessa della pura omissione, e tende a creare una sorta di sfida giocosa tra lo scrittore, che dissemina indizi su come stiano veramente le cose, e il lettore che, riuscendo a interpretarli, potrebbe prevenire il colpo di scena finale.
Questo tipo di racconto dovrebbe secondo me essere letto due volte. La prima per apprezzarlo così come è stato concepito, la seconda per rivedere - con l'occhio di chi conosce la realtà dei fatti - la sequenza degli eventi come sono, e non come sembrano.
Il terzo, deprecabile, metodo è quello di dare informazioni deliberatamente errate. E sì, c'è chi lo fa.
Per fare un esempio terra terra, si potrebbero prendere queste tre frasi che descrivono la medesima scena.
"Entrò in casa per cercare il suo cane"
"Entrò in casa per cercare il suo cane, ma non lo vide"
"Entrò in casa ma non si accorse della presenza del suo cane"
Assumendo che alla fine si chiarisca che, comunque, il cane in casa non c'è, la prima frase si limita a non dire assolutamente niente (può esserci o non esserci, comunque non lo sapremo da quella frase), mentre la seconda è volutamente ambigua: il fatto che "lui" non abbia visto il cane non implica che non ci sia, ma neanche che ci sia. Tendenzialmente si è portati a pensare che ci sia e non sia stato visto, ma è una conclusione non supportata dalle informazioni fornite.
La terza frase dà proprio un'informazione falsa: "Non si accorse della sua presenza" vuol dire "era presente ma lui non se ne accorse". Il che non è vero, il cane non c'è.

Personalmente, io adoro lo stimolo che deriva dalla seconda tecnica, difficile da mettere a frutto ma capace di dare risultati veramente gustosi quando si riesce a usarla. Per quanto non sempre tutti gli indizi siano chiaramente svelati, e a volte mi chiedo se qualcuno apprezzerebbe uno schema di lettura a posteriori o si sentirebbe offeso e basta dalla sua esistenza (il trucco sarebbe farlo fare a terzi :-P).
Per un piccolo (e immodesto) esempio su come si possa giostrare questa tecnica con un accorgimento di una semplicità estrema, vi consiglio di leggere il mio mini-racconto Disinfestazione e dopo...


... si ma, ho detto dopo...


... l'avete letto? Perché a me va bene anche se non lo fate, ma siete avvertiti, se andate oltre e lo leggete dopo non c'è gusto...!


... OK, io ve l'ho detto.


... dopo, dicevo, ridare un'occhiata alla seconda frase per vedere come andava intesa veramente.

8 commenti:

Fed ha detto...

grande!! anche a me piace questo metodo (mi piace leggerlo, non usarlo, non sono capace).

CMT ha detto...

Vorrei poter dire che usarlo è un'arte, ma poiché io e l'arte viaggiamo su binari paralleli (il che, come affermava un mio personaggio idiota, significa che ci incontreremo al Caffè "Infinito"), non è realisticamente possibile. ^__^;

Fed ha detto...

Il Caffé "Infinito" è un posto che potrebbe essere sui libri di Douglas Adams

CMT ha detto...

Be', sì, in effetti come nome ci starebbe... ^__^

sauron era un bravo artigiano ha detto...

Interessante. Non sapevo che questo stile a colpo di scena finale si chiamasse in questo modo.

Ricordo ancora quando ho letto la prima volta il racconto di Brown, su una raccolta intitolata "le meraviglie del possibile". Un capolavoro.

CMT ha detto...

In realtà il rovesciameno carnevalesco non è necessariamente legato al colpo di scena finale, potrebbe anche essere palese fin dall'inizio. Svelarlo alla fine è un "di più", ma è indubbiamente il di più che fa la differenza.
Non posso che concordare sul racconto di Brown, ovviamente. ^__^

Sean MacMalcom ha detto...

Mi ricordo di una storia che una mia insegnante (credo alle medie) ci aveva fatto leggere per giocare proprio sull'ambiguità dell'interpretazione. Parlava di alcuni personaggi non meglio identificati, ma caratterizzati da simboli e numeri, e della loro vita costretta da un fato che non potevano decidere. Ricordo come alcuni pensarono a dei prigionieri di un carcere, altri a dei soldati, altri ancora a dei pezzi degli scacchi (non chiedetemi a cosa stesse pensando chi disse questo!)... alla fine ci venne rivelato che l'autore voleva parlare di carte da gioco! :D
Grandioso!

CMT ha detto...

Io ho sempre in mente la vaga idea di scrivere un racconto con protagonista un pezzo degli scacchi, a dire il vero, solo che non si è mai consolidata del tutto.