Non nel senso che la casa è la stessa e non un'altra, nel senso che l'argomento del post è uguale a quello del precedente, ma per altri motivi.
Dopo aver visto il film avrei voluto approfondire alcune cose e mi sono messo a fare delle ricerche in rete. Così ho scoperto che esistono due libri correlati alla pellicola, un "companion" e un adattamento in romanzo.
Mi sarebbe piaciuto leggere quest'ultimo, per vedere come sono state sviluppate alcune cosette in un medium diverso, così mi sono messo a cercarlo.
In italiano, ovviamente, non esiste (non che me ne sarebbe fregato niente anche in caso contrario, non ci penso proprio a leggerlo in italiano), e non è che io abbia tutta questa voglia di leggerlo da sobbarcarmi una spedizione internazionale, quindi inutile dire che punto direttamente sull'eBook.
E iniziano i problemi...
Normalmente io gli eBook li leggo sul palmare con Microsoft Reader (probabilmente l'unico prodotto Microsoft odierno fatto bene), in formato .lit, ma non è un formato che si trovi facilmente in giro.
Il primo risultato che ho è su Amazon che mi propone il formato per il Kindle.
Io un Kindle non ce l'ho e non lo voglio, ma so che esiste una simpatica app per Android che consente di leggere quel formato. È gratuita e ufficiale, e comunque pensavo di installarmela sul telefono prima o poi, quindi tanto vale farlo subito.
Dopo varie peripezie per una cosa che avrfebbe dovuto essere semplice, riesco infine a installare l'app. Funziona. Vado su Amazon e tento di acquistare il libro ma... no, non posso, non viene venduto al di fuori degli Stati Uniti!
OK, passiamo alla seconda alternativa, l'epub.
Ovviamente neanche quello posso leggere, e mi tocca procurarmi un'altra app (fosse per me la vorrei sul palmare, ma è troppo vecchio, quindi anche questa finisce sul telefono). Trovo un sito che vende il libro, e che probabilmente è il sito web più lento del mondo. Talmente lento che quando cerco di registrarmi, anche se la cosa va a buon fine, lui la completa dopo e mi dice che la mia e-mail è già registrata e dunque non posso registrarmi...
Esaurita la sequela di improperi, per la terza o quarta volta avvio l'acquisto del libro. Arrivato al momento di pagare, mi vengono chiesti ulteriori dati di registrazione... dati che presuppongono che io sia negli USA o appartenga all'esercito statunitense, altrimenti non si può andare avanti!
In buona sostanza, pare che a meno di chiedere la cittadinanza USA, questo libro proprio non lo si possa comprare.
E poi si lamentano che la gente scarica di straforo invece di comprare!
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domenica 10 giugno 2012
mercoledì 9 settembre 2009
Il (dis)piacere della lettura
Una volta mi è stato detto che uno scrittore dovrebbe credere in quello che scrive.
Non ritengo che questo significhi che io, per citare l'esempio più a portata di mano, dovrei iniziare a ritenere concrete tutte le assurdità di cui infarcisco i miei racconti. In caso contrario le prossime pagine di questo blog le dovrei scrivere dal reparto psichiatrico di un qualche ospedale. Penso però che questa frase, in termini meno letterali sia vera, ovvero che chiunque scriva qualcosa, specie in un'ambientazione elaborata, dovrebbe, nel farlo, calarsi nel proprio mondo, del tutto fittizio o meno che sia, e fare in modo che questo sembri essere reale, se non altro a coloro che lo popolano.
Più in senso generale: chi scrive dovrebbe fare attenzione a quello che scrive.
Perché, d'accordo, mi è successo di leggere di una donna che arrotolava un bastone di legno attorno ai suoi capelli piuttosto che il contrario, ma lo ascrivo a un momento di distrazione dell'autrice (e a una totale assenza dell'editor colto da coliche intestinali atroci il giorno in cui doveva rivedere quel libro) e amen, è un lapsus che certo non aiuta la lettura ma neanche mi cambia la vita. Ma ci sono cose peggiori, molto peggiori.
Una l'ho trovata mentre leggevo l'ultimo romanzo del ciclo di Anita Blake, scritto da Laurell K. Hamilton, e stavo cercando di riprendermi dalla sorpresa di essere arrivato a oltre un quarto del romanzo senza che ci fosse stata ancora un'inutile scena di sesso (né una utile, per inciso, ma questo è normale, quelle utili sono rare come le mosche bianche in un secchio di vernice nera).
Per chi non fosse familiare con il ciclo, le avventure di Anita Blake si svolgono in una versione del nostro mondo in cui vampiri, licantropi e altre amenità varie esistono davvero. Non in stile "Buffy", vale a dire sì, esistono, ma lo sanno in pochi e tutti gli altri credono che siano fantasia. No, esistono alla luce del sole (per quanto sia possibile a un vampiro) da sempre, tanto che ci sono leggi specifiche che li riguardano.
È senza dubbio un'ambientazione che ha il suo fascino (nonostante la Hamilton tenda a cambiare le carte in tavola con frequenza impressionante), e nella quale la scrittrice riesce in genere a far calare il lettore, finché di punto in bianco non fa pronunciare a un suo personaggio una frase come:
"So hard to tell fact from fiction when we live in a world where myth is real" (grossomodo: "È difficile distinguere la realtà dalla finzione quando si vive in un mondo in cui il mito è realtà").
Cérto, una frase che ci starebbe benissimo se pronunciata dal narratore (anche se, nello specifico, la voce narrante è quella della protagonista che parla in prima persona, quindi no, neanche così ci starebbe bene), ma detta da un personaggio disintegra in un istante la sospensione dell'incredulità. Perché, pensiamoci... quale mito?
Per noi vampiri e licantropi sono creature del mito, indubbiamente, ma noi non ci viviamo a stretto contatto da sempre, e se anche oggi scoprissimo che esistono potremmo a ragion veduta continuare a definirle tali. Ma in quell'ambientazione sono sempre stati lì, non sono mai stati un mito più di quanto possano esserlo stati i cavalli o le capre. Il mito non è realtà, semplicemente non è, né è mai stato, un mito.
Cérto, a meno che il tizio si riferisse al fatto che Anita è in realtà una creatura mitologica nota come Maiala Mannara, ma dato che questo lo sappiamo solo io e i pochi che ho reso edotti, mi permetto di dubitarne...
Non ritengo che questo significhi che io, per citare l'esempio più a portata di mano, dovrei iniziare a ritenere concrete tutte le assurdità di cui infarcisco i miei racconti. In caso contrario le prossime pagine di questo blog le dovrei scrivere dal reparto psichiatrico di un qualche ospedale. Penso però che questa frase, in termini meno letterali sia vera, ovvero che chiunque scriva qualcosa, specie in un'ambientazione elaborata, dovrebbe, nel farlo, calarsi nel proprio mondo, del tutto fittizio o meno che sia, e fare in modo che questo sembri essere reale, se non altro a coloro che lo popolano.
Più in senso generale: chi scrive dovrebbe fare attenzione a quello che scrive.
Perché, d'accordo, mi è successo di leggere di una donna che arrotolava un bastone di legno attorno ai suoi capelli piuttosto che il contrario, ma lo ascrivo a un momento di distrazione dell'autrice (e a una totale assenza dell'editor colto da coliche intestinali atroci il giorno in cui doveva rivedere quel libro) e amen, è un lapsus che certo non aiuta la lettura ma neanche mi cambia la vita. Ma ci sono cose peggiori, molto peggiori.
Una l'ho trovata mentre leggevo l'ultimo romanzo del ciclo di Anita Blake, scritto da Laurell K. Hamilton, e stavo cercando di riprendermi dalla sorpresa di essere arrivato a oltre un quarto del romanzo senza che ci fosse stata ancora un'inutile scena di sesso (né una utile, per inciso, ma questo è normale, quelle utili sono rare come le mosche bianche in un secchio di vernice nera).
Per chi non fosse familiare con il ciclo, le avventure di Anita Blake si svolgono in una versione del nostro mondo in cui vampiri, licantropi e altre amenità varie esistono davvero. Non in stile "Buffy", vale a dire sì, esistono, ma lo sanno in pochi e tutti gli altri credono che siano fantasia. No, esistono alla luce del sole (per quanto sia possibile a un vampiro) da sempre, tanto che ci sono leggi specifiche che li riguardano.
È senza dubbio un'ambientazione che ha il suo fascino (nonostante la Hamilton tenda a cambiare le carte in tavola con frequenza impressionante), e nella quale la scrittrice riesce in genere a far calare il lettore, finché di punto in bianco non fa pronunciare a un suo personaggio una frase come:
"So hard to tell fact from fiction when we live in a world where myth is real" (grossomodo: "È difficile distinguere la realtà dalla finzione quando si vive in un mondo in cui il mito è realtà").
Cérto, una frase che ci starebbe benissimo se pronunciata dal narratore (anche se, nello specifico, la voce narrante è quella della protagonista che parla in prima persona, quindi no, neanche così ci starebbe bene), ma detta da un personaggio disintegra in un istante la sospensione dell'incredulità. Perché, pensiamoci... quale mito?
Per noi vampiri e licantropi sono creature del mito, indubbiamente, ma noi non ci viviamo a stretto contatto da sempre, e se anche oggi scoprissimo che esistono potremmo a ragion veduta continuare a definirle tali. Ma in quell'ambientazione sono sempre stati lì, non sono mai stati un mito più di quanto possano esserlo stati i cavalli o le capre. Il mito non è realtà, semplicemente non è, né è mai stato, un mito.
Cérto, a meno che il tizio si riferisse al fatto che Anita è in realtà una creatura mitologica nota come Maiala Mannara, ma dato che questo lo sappiamo solo io e i pochi che ho reso edotti, mi permetto di dubitarne...
mercoledì 11 febbraio 2009
Twilight
Avevo detto che l'avrei letto, e l'ho fatto.
Ora, il fatto che la trama di un libro si possa riassumere in meno tempo di quanto ci vuole a scrivere che la si sta riassumendo, non è mai un bene...
Bella si trasferisce a Forks. Si innamora, ricambiata, di Edward, ma lui è un "vampiro", c'è un vampiro cattivo che la vuole uccidere, ma viene ucciso e tutti sono felici. Fine.
Vorrei dire che c'è dell'altro, ma non c'è.
Come questa trama possa tenere banco per un volume non esattamente piccolo, è un mistero. Ci vuole davvero di più a spiegare perché Edward, pur definendosi vampiro, in realtà non lo sia, che a dire di cosa parli il libro.
Sulla trama c'è poco da commentare: la Meyer ha scritto un harmony per bigotti, dove il massimo del contatto fisico è un mezzo bacio (OK, meglio dei deliri porno della Hamilton, da questo punto di vista, lo ammetto) e una sequela di "ti amo", "ti adoro", "farei qualunque cosa per te tranne andare al ballo di fine anno" e via dicendo.
Sui vampiri peggio: il "bello e dannato" per antonomasia è diventato bello e basta. Qui i vampiri sono fighissimi, fortissimi, bellissimi, velocissimi, hanno poteri(ssimi) degni dei supereroi e il fatto che bevano sangue è incidentale e per lo più evitabile, basta andare a caccia di orsi e leoni di montagna. Ah, ed evitare il sole. Perché li uccide? No, perché li fa brillare come alberi(ssimi) di Natale. WoW!
Detto questo, di per sé il libro non è che sia scritto male, è una lettura lineare, leggera e poco impegnativa, con una storia che non intriga e non affascina, ma comunque si fa seguire, anche se di eventi degni di nota ce ne sono davvero pochi.
Il personaggio principale, Bella, è una ragazza impacciata, non bella (nonostante il nome) e in generale qualcuno in cui una qualunque adolescente media e complessata (non in senso cattivo, nel senso dei tipici complessi adolescenziali) potrebbe identificarsi... salvo che per qualche misteriosa ragione, nonostante tutto questo, praticamente ogni umano di sesso maschile nella scuola le va dietro come se ce l'avesse solo lei!
In quanto all'altro protagonista, Edward, è perfino più complessato di lei, e questo è preoccupante perché lui sembra un adolescente ma è centenario! Invece per tutto il tempo si comporta proprio come un adolescente brufoloso, a parte che non ha i brufoli, ovviamente, perché è bellissimo!
La Meyer, è evidente, non ha molta familiarità con la rappresentazione delle emozioni, che rende monotematiche all'inverosimile, e quello che lei spaccia come un grande amore a me sembra (e presumibilmente è) una cotta adolescenziale in salsa rossa (vegetale).
Le basi per farne qualcosa ci sarebbero tutte, ma quando si arriva al punto di sfruttarle passiamo alla dissolvenza in nero, in alcuni casi in senso letterale (lo scontro tra i vampiri "buoni" e il cattivo non si vede perché Bella, protagonista e narratrice, è svenuta e quindi non vi assiste; quello che dovrebbe essere un tragico dilemma per Edward, costretto a suggere il sangue dell'amata per salvarla, col timore di non riuscire a fermarsi, viene liquidato in retrospettiva con due battute di dialogo, quando poteva essere una fonte di pathos non indifferente), altre volte scivolando nel ridicolo (qualcosa di riassumibile in: "Oh Bella, stare vicino a te è pericoloso, non so se riesco a resistere alla voglia di morderti... scusa, vieni qui un attimo... ah sì, ci riesco, OK, come non detto.")
Non dubito dell'appeal sul pubblico preadolescenziale, per carità, lo comprendo anche, ma anche per quello credo ci siano libri migliori da leggere.
Tutto sommato non del tutto da cestinare, ma volendolo proprio leggere meglio farselo prestare e risparmiare i soldi.
Ora, il fatto che la trama di un libro si possa riassumere in meno tempo di quanto ci vuole a scrivere che la si sta riassumendo, non è mai un bene...
Bella si trasferisce a Forks. Si innamora, ricambiata, di Edward, ma lui è un "vampiro", c'è un vampiro cattivo che la vuole uccidere, ma viene ucciso e tutti sono felici. Fine.
Vorrei dire che c'è dell'altro, ma non c'è.
Come questa trama possa tenere banco per un volume non esattamente piccolo, è un mistero. Ci vuole davvero di più a spiegare perché Edward, pur definendosi vampiro, in realtà non lo sia, che a dire di cosa parli il libro.
Sulla trama c'è poco da commentare: la Meyer ha scritto un harmony per bigotti, dove il massimo del contatto fisico è un mezzo bacio (OK, meglio dei deliri porno della Hamilton, da questo punto di vista, lo ammetto) e una sequela di "ti amo", "ti adoro", "farei qualunque cosa per te tranne andare al ballo di fine anno" e via dicendo.
Sui vampiri peggio: il "bello e dannato" per antonomasia è diventato bello e basta. Qui i vampiri sono fighissimi, fortissimi, bellissimi, velocissimi, hanno poteri(ssimi) degni dei supereroi e il fatto che bevano sangue è incidentale e per lo più evitabile, basta andare a caccia di orsi e leoni di montagna. Ah, ed evitare il sole. Perché li uccide? No, perché li fa brillare come alberi(ssimi) di Natale. WoW!
Detto questo, di per sé il libro non è che sia scritto male, è una lettura lineare, leggera e poco impegnativa, con una storia che non intriga e non affascina, ma comunque si fa seguire, anche se di eventi degni di nota ce ne sono davvero pochi.
Il personaggio principale, Bella, è una ragazza impacciata, non bella (nonostante il nome) e in generale qualcuno in cui una qualunque adolescente media e complessata (non in senso cattivo, nel senso dei tipici complessi adolescenziali) potrebbe identificarsi... salvo che per qualche misteriosa ragione, nonostante tutto questo, praticamente ogni umano di sesso maschile nella scuola le va dietro come se ce l'avesse solo lei!
In quanto all'altro protagonista, Edward, è perfino più complessato di lei, e questo è preoccupante perché lui sembra un adolescente ma è centenario! Invece per tutto il tempo si comporta proprio come un adolescente brufoloso, a parte che non ha i brufoli, ovviamente, perché è bellissimo!
La Meyer, è evidente, non ha molta familiarità con la rappresentazione delle emozioni, che rende monotematiche all'inverosimile, e quello che lei spaccia come un grande amore a me sembra (e presumibilmente è) una cotta adolescenziale in salsa rossa (vegetale).
Le basi per farne qualcosa ci sarebbero tutte, ma quando si arriva al punto di sfruttarle passiamo alla dissolvenza in nero, in alcuni casi in senso letterale (lo scontro tra i vampiri "buoni" e il cattivo non si vede perché Bella, protagonista e narratrice, è svenuta e quindi non vi assiste; quello che dovrebbe essere un tragico dilemma per Edward, costretto a suggere il sangue dell'amata per salvarla, col timore di non riuscire a fermarsi, viene liquidato in retrospettiva con due battute di dialogo, quando poteva essere una fonte di pathos non indifferente), altre volte scivolando nel ridicolo (qualcosa di riassumibile in: "Oh Bella, stare vicino a te è pericoloso, non so se riesco a resistere alla voglia di morderti... scusa, vieni qui un attimo... ah sì, ci riesco, OK, come non detto.")
Non dubito dell'appeal sul pubblico preadolescenziale, per carità, lo comprendo anche, ma anche per quello credo ci siano libri migliori da leggere.
Tutto sommato non del tutto da cestinare, ma volendolo proprio leggere meglio farselo prestare e risparmiare i soldi.
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